QUANDO L'AEROPILATES HA CAMBIATO LA MIA VITA

Marjolein che mi spiega come fare il side-sitting twist.

Era il 2009 quando sentii per la prima volta la parola pilates, reformer e cadillac. La titolare dell’azienda dove lavoravo si regalava queste costose sessioni in un rinomato studio della città. Ogni tanto la andavo a prendere in macchina per poi tornare in ufficio, ma questo era quanto ne sapevo di pilates. Per il resto, la mia vita era un po’ come quella di Emily ne “Il Diavolo Veste Prada”.

Seppur bellissimo, ero molto stressato da quel lavoro: ore di straordinari per voler fare sempre tutto al meglio e dimostrare continuamente che io valevo (come la Schiffer). Sapevo che dovevo dedicare del tempo a me stesso e avevo organizzato il poco tempo libero che mi rimaneva in un gioco di incastri millimetrico. La sera, prima di andare a letto, preparavo i vestiti per l’ufficio ben piegati nella borsa della palestra che mettevo già in macchina, l’abbigliamento da palestra pronto per essere indossato e tutto il necessario per la colazione allineato sul tavolo. Ore 6:20, mi lavavo, mi vestivo, bevevo il caffè con 4 biscotti e alle 6:50 ero per strada: almeno riuscivo ad evitare gli ingorghi della mattina! Arrivavo in palestra intorno alle 7:15 (avevo convinto i proprietari a farmi entrare con le donne delle pulizie). Mi allenavo fino alle 8:15, poi doccia, mi vestivo, uscivo alle 8:45, in ufficio alle 9 e qualche minuto. L’orario di uscita era spesso un’incognita, ma rimaneva sempre il senso di colpa di non aver lavorato abbastanza.

Arrivato al limite, mi spostai in un’altra azienda: nuova vita, ma quell’ansia di dover incastrare e ottimizzare per forza la mia vita era ancora lì. Così avevo aggiunto la dieta vegetariana, degli integratori da combinare a rimedi omeopatici e avevo tolto caffè, zucchero, latte, farine bianche e non mi ricordo più cosa. Ero riuscito anche ad aggiungere 2 lezioni serali 2 volte alla settimana di Body Tonic e Step Coreografico (non azzeccavo un passo). Sembrava un equilibrio perfetto, con gli addominali scolpiti e forse anche un po’ sottopeso. Finché un giorno, questo castello di sabbia non è crollato completamente.

Ero appena tornato da Werchter in Belgio: avevo vinto un biglietto, assieme ad una manciata di fan da tutto il mondo, per entrare nel backstage del concerto di Madonna (che mi rivolse la parola e mi passò il microfono durante il concerto). Sembrava tutto fantastico: solo 5 mesi dopo non avrei potuto più abbracciare mio papà, chiedergli consiglio nei momenti di dubbio e sentirmi protetto.

Tutta quella perfetta organizzazione non serviva a niente, la motivazione che era spinta solamente dallo stress non serviva a niente, gli addominali non servivano a niente. La mia priorità era solamente stare con lui. Il vuoto che ho provato quando se n’è andato, e che mi accompagna ancora oggi, aveva completamente scombussolato tutto. Era un buco nero: ovunque guardassi non sapevo da che parte andare. Dovevo riempire quel vuoto in qualche modo, ma non era più un sistema ordinato e organizzato: era un buttar dentro a caso. E anche quello non serviva a niente.

Nuovo lavoro, con un ruolo di responsabilità. Pensavo che mio papà sarebbe stato orgoglioso di questo: la verità è che mi avrebbe amato incondizionatamente qualsiasi cosa avessi scelto di fare. La sua più grande preoccupazione era che dove lavoravo mi volessero bene. Voleva che io fossi felice.

Anche questo nuovo lavoro rappresentava una sfida importante e in un momento di difficoltà dell’azienda, mi ero impegnato ancora di più perché non volevo mollare. Andavo in palestra, ma negli ultimi anni avevo spesso mal di schiena, cosa di cui aveva sofferto frequentemente anche mio papà. Pensai che era evidentemente arrivato il mio momento!

Mi curavo con antinfiammatori, antidolorifici, sedute di ogni tipo - senza però lavorare sull’origine di questo malessere. Sapevo solo che era importante lavorare tanto e di più, aspettando la ricompensa di un “bravo” o di una promessa fatta - che non arrivavano e che, per un meccanismo assurdo, mi spingevano a fare di più. Ci ha pensato il mio corpo a dire basta: “Non ti vuoi fermare? Ti fermo io!”

La foto presa dal test del 2015 poco prima di rimanere bloccato a letto e una foto del 2018.

Nel 2015 il dolore diventò molto forte. Feci un test per provare a fare della riabilitazione e in uno degli esercizi dovevo piegarmi e portare le mani a terra. Arrivavano a metà polpaccio. Feci diversi controlli e tutti i medici mi chiedevano che lavoro fisicamente pesante facessi: sembrava che una delle vertebre fosse completamente andata, ma io non riuscivo a capire cosa avessi sbagliato in tutti quegli anni per arrivare ad una situazione così disastrosa.

Mi ricordo ancora il giorno in cui avevo appuntamento con il chirurgo che poi mi avrebbe operato: il dolore era sempre più forte e guidare era un’agonia. Ero da solo e ad un certo punto, mentre guidavo, il dolore era lancinante. Ho pianto fino all’ospedale. Il chirurgo aveva programmato l’intervento dopo 4 mesi.

Poco dopo, nonostante gli esercizi, la situazione crollò completamente e non riuscivo più a muovermi. Il corpo aveva deciso per me.

Ero fermo a letto, alla continua ricerca dell posizione meno dolorosa. Una vicina veniva quasi ogni giorno a farmi punture di antinfiammatori e antidolorifici, ma il dolore continuava ad aumentare. Mi prescrissero altri medicinali, anche a quelli contenenti ossicodone: la lista era infinita, vedevo gli angeli (e non è una metafora), ma il dolore che sentivo era ancora lì, anche se ovattato.

Il giorno del rientro al lavoro: il mio ufficio pieno di palloncini! ♥️

Finalmente, dopo l’operazione che rivelò una situazione per fortuna migliore di quella diagnosticata e dopo un’inaspettata crisi di astinenza da quei medicinali, iniziò finalmente una nuova fase.

Peccato che ero completamente sbilanciato e tutti quelle punture avevano lasciato dei danni permanenti: mi sentivo come Quasimodo, zona lombare rigida e i muscoli posteriori della coscia in una condizione penosa.

Su suggerimento del medico, ho iniziai delle sedute di fisiopilates. A terra. Io che ero sbilanciato. E con miss Empatia Zero. Risultato: ero demoralizzato, mi sentivo incapace e la fisioterapista continuava a ripetermi stizzita che sbagliavo esercizio, che dovevo rimanere allineato, che l’esercizio non si faceva così, che non avrei ottenuto risultati: una bella spinta di motivazione alla modica cifra di € 80 all’ora. Con il senno di poi, per la mia riabilitazione, era evidente che il pilates a terra non poteva funzionare. Inoltre, nella mia testa era rimasta la convinzione - infondata - che potevo farmi ancora del male involontariamente. Mi sentivo sbagliato, goffo e demoralizzato.

Così cercai un’alternativa e iniziai un percorso di 3 mesi in un altro centro dove mi proposero - un’altra volta - il pilates. Vista la prima esperienza negativa, ero decisamente scettico e la prima cosa che avevo pensato è stata: “Ancora ‘sto Pilates?!” Il fisioterapista mi mostrò questo macchinario enorme, il reformer, mi spiegò la teoria e mi sembrava convinto dei risultati che potevo ottenere. Per fortuna sono curioso: salito sul reformer, bastarono pochi minuti per capire che stava succedendo qualcosa di completamente diverso da quello che avevo fatto fino ad allora. Era pilates, ma non aveva niente a che vedere con quello che avevo fatto a terra. Movimenti talmente semplici da sembrare banali mi facevano sentire nuovamente il mio corpo che ormai, a forza di maltrattarlo, era diventato un contenitore che pesava portarsi in giro.

Ogni sessione mi sentivo più forte, più elastico…e anche più rilassato. Peccato che costasse tantissimo e non potevo permettermi tutte quelle sedute ancora per molto. Acquistare un reformer non era un’opzione facilmente realizzabile, visto anche lo spazio che avrebbe richiesto.

Poco tempo dopo ero a casa di un amico e aveva sintonizzato la tv su un canale che non conoscevo ancora: QVC. Dopo lo show delle Yankee Candles, c’era questa signora bionda; stava usando un attrezzo che sembrava un reformer: era più piccolo, si piegava in due, ma faceva ancora più cose di quelle che avevo fatto con il fisioterapista. Marjolein raccontava di avere 62 anni (io ne avevo 39) e che il pilates le aveva cambiato la vita: volevo quell’energia, quella flessibilità e quella vitalità. Era un TSV, andò sold-out e dovetti aspettare il riassortimento. Ad Aprile finalmente lo acquistati e poco dopo mi iscrissi al gruppo Facebook Aeropilates QVC (eravamo in meno di 100), mi misi in contatto con Marjolein e iniziammo un’amicizia che dura ancora oggi e che mi ha portato a raccontare l’Aeropilates su QVC.

In questi anni non ho parlato solo di Aeropilates con Marjolein: quello che mi aveva colpito era il suo concetto di vita, questo Lighterliving, che cercava nella semplicità la soluzione migliore e più facile per vivere la vita e volersi bene. Ci accomunavano tante cose: avevamo indagato la spiritualità in tante religioni, provato tante diete, cercato la centratura in tanti modi molto simili. Era l’unione tra corpo e spirito che stavo cercando ma che non riuscivo a mettere assieme.

Da lì è nata anche la mia passione per il pilates, leggendo libri, manuali e articoli. Più leggevo più avevo le conferme di quante informazioni, concetti e studi fossero concentrati nei video di Marjolein, resi semplici ed accessibili con il suo inconfondibile stile. Il fatto che fosse accessibile a tante persone e che permettesse loro di prendersi cura del corpo in modo così profondo ma semplice, era un’ispirazione per me. Non si trattava di avere addominali scolpiti, ma era qualcosa per me molto più importante, che andava più in profondità.

Ecco perché l’Aeropilates ha cambiato la mia vita: è un modo semplice, sostenibile ed efficace di volersi bene, facendo qualcosa di buono e gentile per il nostro corpo (visto che ne abbiamo solo uno), per la nostra mente e il nostro spirito.

Marjolein, Sara ed io a QVC durante una pausa.

Durante gli show ho incontrato Sara Celeste, una ex host di QVC, che aveva raccontato in diretta la sua incredibile storia di trasformazione grazie all’Aeropilates e non posso che condividere il suo pensiero:

“Non seguiamo un immagine o un concetto di bellezza, anzi dobbiamo liberarci dagli stereotipi che ci vengono proposti sulla magrezza. Io parlo semplicemente della cosa più importante per tutte noi: imparare ad amarci. Per me è stata solo questa la spinta verso me stessa.”

Prima di tutto, noi stessi per noi stessi.

Una frase, che riassume questa mia avventura e spero possa ispirare anche te, l’ha detta proprio Joseph Pilates in un’intervista del 1946: “Voglio solo che tutti imparino ad essere vivi". (1)

Ed è il mio augurio anche per te.


(1) PM Newspaper, 6 dicembre 1946